Il governo ha levato le ancore ed il suo equipaggio si è radunato intorno al capitano giurandogli fedeltà.

In rada s’intravede una fitta nebbia, bisognerà navigare a vista per un bel po’ e, soprattutto, evitare le insidie che il mare increspato nasconde fra le onde.

Il cielo è denso di nembi in cumuli gonfi di pioggia, ma il rosso vermiglio del sole infuocato già lambisce l’orizzonte lontano.

Il capitano è ritto sulla tolda e fisso a dritta manovra il difficile timone verso la terra lontana che chiama a sé.

La gente che popola quel posto lontano attende con speranza e trepidazione questa nave che piano ma salda s’approssima al porto sicuro.

Il popolo sovrano di quel luogo martoriato si augura che torni bonaccia e prepara giacigli per gli ammalati che sbarcheranno, ma ha anche imbandito fiorenti banchetti per gli stremati marinai, e i canti felici che si odono nonostante le onde arrabbiate indicano che quella gente vuole rinascita ed attende col cuore in tumulto che dalla nave coraggiosa sbarchino finalmente doni preziosi e sementi prodighe di nuove colture.

Già il vento sibila in poppa.

E’ finita, dicono tutti coloro che stamattina si sentono più liberi. Si, forse è finita l’era di Berlusconi, ma il berlusconismo rimane e sarà difficile scrollarcelo dalle spalle per un bel po’.

Adesso viene il meglio, anzi il peggio, perché il nuovo Governo incaricato da Napolitano avrà un solo compito, quello di riequilibrare l’assetto della barca Italia che adesso si trova in balia delle onde, ripiegata su se stessa in preda ai marosi. E non sarà piacevole, supponiamo, per nessuno. Se Governo serio sarà, dovrà insinuare le manone dello Stato nelle tasche semivuote della gente, i nostri risparmi subiranno un ennesimo contraccolpo, saremo costretti a rientrare forzosamente da qualche debituccio, cadremo vittime di qualche tassa di ritorno.

fonte Il Fatto Quotidiano

Ma vivaddio, lo faremo! Perchè da oggi si riaccende una speranza nel popolo italiano, sia in quelli che hanno creduto in Silvio, e sono tanti, Dio se sono tanti! Sia in quelli che lo hanno sempre osteggiato. E’ la speranza dei delusi ed è anche la speranza dei ragionevoli, la speranza degli indolenti, e quella degli indifferenti; un vero e proprio risveglio, una svolta di sicuro, dopo la scossa di avvisaglia che s’era avvertita nei primi anni novanta con Tangentopoli e che era stata subito tamponata proprio con la mitica “discesa in campo” di Belusconi. Oggi invece quella scossa viene come fosse un colpo di grazia alla “seconda Repubblica” Oggi inizia la terza Repubblica e sarà un inizio difficile.

Il Governo che sta nascendo dovrà essere a termine, e non vale nulla affermare come abbiamo sentito dire da qualche commentatore ieri sera che un governo a termine non è credibile.

Noi crediamo al contrario che proprio la determinatezza del periodo di questo governo e la sua determinazione nell’eseguire i pochi, ma vitali, compiti che gli saranno assegnati, lo rende forte e, soprattutto, sostenibile da una maggioranza non evidentemente coesa, ma tesa verso l’obiettivo del risanamento e delle prossime elezioni. Perchè, se così non fosse, questa compagine di Monti non riuscirebbe neanche a svoltare l’angolo; non bisogna dimenticare infatti che, lo si voglia o no, il PDL è ancora il detentore del maggiorn numero di voti nel Parlamento, e ciò crediamo conti ancora qualcosa.

Dunque, FrederickLAB è felice delle dimissioni di questo Governo, ha anche messo il tricolore alla finestra, ma dopo ciò la finestra l’ha chiusa ed attende con fiducia che persone competenti guidino la nazione verso un approdo sicuro, la leghino agli ormeggi e poi sbarchi tronfio di risultati per passare la mano ad un altro equipaggio scelto dal popolo sovrano.

“E’ morto il re, Viva il Re”, si diceva tempo fa; sta accadendo anche ora in Italia dove l’era Berlusconi ha ricevuto l’estrema unzione e dove ci si appresta ad accogliere una sorta di Governo di coalizione totale, oppure di salvezza nazionale, o di unità nazionale, od ancora di rimpasto pasticciato.

Come vogliamo chiamarlo? Ci  sarebbero mille altre definizioni per descrivere quello che ci sembra una soluzione comunque posticcia e, bisogna confessarlo e riconoscerlo senza tema di essere tacciati di disfattismo, poco democratica.

Perché le regole democratiche esigerebbero che si andasse a votare, riconsegnando la sovranità al soggetto dove legittimamente risiede, ossia al popolo.

Ma ne avremmo il tempo? Mesi di campagna elettorale in un clima con temperatura da fonderia, ulteriore esasperazione del confronto, se ce ne fosse bisogno, e della dialettica politica, abbrutimento del linguaggio e delle idee, probabilmente anche una piazza tumultuosa; ma nel frattempo l’Italia verrebbe divorata dai mercati, il suo debito pubblico diventerebbe assolutamente incontrollabile e lo spread (che parola diabolica!) galopperebbe rendendosi indomabile. Ma, soprattutto, andremmo a votare con la pessima legge elettorale attuale, limitandoci a scegliere ancora una volta una sola persona, l’uomo della provvidenza a cui affidarci e lasciando ancora nelle mani dell’establishment la scelta di tutti gli altri parlamentari.

No!

Noi tutto questo non lo vogliamo, preferiamo invece “turarci il naso” e prenderci spassionatamente questo cambio di governo, questa che funziona come una vera e propria purga dal berlusconismo degli ultimi vent’anni. Preferiamo così ingerire una pillola amara adesso, che ricorrere invece all’intervento chirurgico dopo. Quindi diciamo sì al Governo Monti, se Monti sarà, e ci attendiamo un aiuto disinteressato da tutte quelle forze politiche che hanno lottato contro la cricca dei Berlusconini.

Ci aspettiamo dunque un Governo che abbia un termine perentorio e definito, con una breve lista delle cose da fare, quelle più urgenti, forse anche quelle più amare, che spalmi il grande sacrificio che necessita su tutte le categorie sociali, prendendo da chi ha, il più, e da chi non ha, il meno. Ma che un aiuto venga da tutti!

FrederickLAB non è portavoce di nessun partito, non appartiene a nessun movimento, avendo soltanto alcuni punti fermi, dei principi basilari da cui non si schioderebbe neanche sotto tortura.

Quindi a volte capita che condivida le idee di qualcun altro ed abbia l’onestà intellettuale di dirlo e di divulgarne il pensiero, riconoscendo la bontà del suo approccio.

Ecco, questo per dire che FrederickLAB  si trova in sintonia con quanto letto oggi sul sito di Beppe Grillo, col quale non si è spesso trovato d’accordo; ci sembra una posizione la sua molto responsabile e, soprattutto, realistica.

Vorremmo che il nuovo Presidente del Consiglio prenda veramente in seria considerazione ciò che Beppe Grillo gli propone.

Leggi l’articolo “Le elezioni del Titanic” di Beppe Grillo.it  e commenta su FrederickLAB.

Ritorno alla normalità, questo è il senso dell’articolo scritto dalle redazione della Soprintendenza archeologica di Pompei e pubblicato sul sito del Governo Italiano, dopo i provvedimenti adottati dal Consiglio dei Ministri in merito allo stato di emergenza decretato per gli scavi come rattoppo in seguito agli ultimi disastrosi crolli. Pompei ritorna ai suoi fastisembrerebbe dire il Governo; ma quali fasti? Noi di FrederickLAB siamo appena tornati da un viaggio in cui abbiamo visitato di persona gli scavi ed abbiamo trovato un sito archeologico pressoché in stato di abbandono.

Ecco cos’abbiamo potuto vedere e ve lo proponiamo nella sezione “FOTOIMPRESSIONI“.

Lunghe strade polverose in mezzo a rovine di case romane senza un’indicazione, o una sorta di segnaletica adeguata per guidare ed istruire a dovere i turisti, soprattutto la quella massa inconsapevole di stranieri che si aspettano di sentire il profumo di una storia antica che non hanno nei loro paesi.

Appena entrati nel sito ci siamo trovati di fronte ad uno spettacolo di rara bellezza, un paesaggio di città che due millenni fa respirava, che pulsava come cuore mercantile dell’Impero ed anche come ameno luogo di villeggiatura per nobili casate. La via d’ingresso prometteva bene con i suoi massi levigati ed incollati sul selciato sui quali un tempo correvano i carri; è una lunga salita che ci porta ad un arco a tutto sesto sotto il quale passiamo con i battiti a mille di chi sa che sta per assistere ad uno dei più bei spettacoli della storia dell’uomo.

Ma dopo, subito iniziano lo scoramento e la delusione; nel foro in cui si tenevano i processi e si adottavano le decisioni più importanti vediamo cumuli di erbaccia tra i quali i turisti devono destreggiarsi e pezzi di colonne e di capitelli qua e là che potrebbero essere stati lasciati ad arte per simulare il passare tumultuoso del tempo, ma che invece sono tristemente lasciati a morire in maniera casuale, tanto che paiono degli ostacoli che i turisti devono evitare.

Proseguendo ci si inoltra nel nugolo di incroci rimasti a paventare l’antica vitalità di una cittadina operosa, costeggiati da resti di case e di botteghe che soltanto gli esperti più avvezzi e gli osservatori più attenti riescono ad individuare nel loro valore inestimabile di reperti; per il resto degli astanti si tratta di rovine, caseggiati implosi su se stessi come in seguito ad un bombardamento, e niente di più.

Si possono anche incontrare dei cani, cani vivi s’intende, randagi che si aggirano indisturbati nel sito archeologico infastidendo pericolosamente i visitatori, salvo poi accorgersi che vi sono sparsi cartelli in cui si avverte di tale evenienza e si ammoniscono severamente i turisti a non disturbare gli animali.

Intervento ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi Camera dei Deputati 10 novembre 2010

Posso dire, in coscienza, di avere svolto un grande lavoro, che ha dato alcuni primi risultati importanti. Vorrei ricordare, innanzi tutto, le condizioni in cui si trovava due anni fa Pompei. La stampa aveva denunciato, giustamente, una situazione incredibile ed intollerabile per l’immagine dell’Italia: sporcizia, mancanza di servizi igienici, cani randagi, guide non autorizzate, ristoranti abusivi, edifici chiusi al pubblico. Sulla base di questa situazione di emergenza decisi di nominare un commissario di Governo. Vorrei tanto che poteste guardare questo documento che testimonia ciò che è stato fatto, oppure vi invito a visitare Pompei e vi renderete conto di quale era la situazione e quali progressi abbiamo fatto in questi due anni di lavoro.

Quali progressi sono stati fatti? Ce lo chiediamo ancora. Il degrado, la sporcizia, l’incuria, l’abbandono, l’irriverenza permangono come cimici difficili da sopprimere.I cani ci sono ancora, le guide abusive pure e, quel che è peggio, i reperti sono ancora più degradati.

Ma il troppo l’abbiamo potuto vedere alla fine della nostra perlustrazione, quando ci siamo accostati ai cancelli arrugginiti di un grande capannone piazzato nel bel mezzo di una regio; all’interno abbiamo scorto l’orrido spettacolo di calchi umani lasciati senza protezione alcuna a sbriciolarsi su ripiani posticci ricavati da impalcature mangiate dalla ruggine; statue di dee con teste mozzate collocate in faccia ai muri; resti di colonne e di pregiati capitelli corinzi accatastati impunemente. Avremmo potuto impadronirci di un reperto e nessuno ce lo avrebbe impedito. Che tristezza vedere decine e decine di anfore in pessimo stato di conservazione l’una affianco all’altra come in una rivista di soldatini di piombo, senza anima e senza storia apparente; invece la storia c’è eccome, solo che a Pompei è sommersa dall’incultura di una classe dirigente inerte. Ciò che vediamo è perchè c’era già prima ed è rimasto tale e quale, non osiamo risalire da quando.

Ma chi sono i reponsabili di tutto ciò? Dove sono?

Fonte: Civicolab.it Secondo notizie di stampa che traggono i dati dai documenti del bilancio dello Stato risulta che al 31 dicembre 2010 siano rimasti nelle casse pubbliche ben 545,2 milioni di euro destinati ai beni culturali e non spesi. In pratica il 55% del totale dei fondi che potevano essere spesi sono rimasti nel cassetto. Un articolo del Sole24ore chiarisce che è dal 2006 che il Ministero dei beni culturali non ce la fa a spendere più del 50% delle risorse a sua disposizione.

Ricordiamo che l’Italia rimane però al settimo posto nel mondo per export e spesa militare. Il MIBAC (Min. per i Beni e le Att. Culturali), invece, che si vanta delle parole d’ordine “Conservazione, Valorizzazione e Promozione” è una macchina bella da vedere, ma immobile come un motore senza carburante; eppure una giusta valorizzazione del nostro immenso patrimonio artistico basterebbe da sola o quasi a sanare gli enormi buchi del bilancio dello Stato, se affiancata a misure necessarie come quella della lotta all’evasione fiscale. Senza quindi andare a ledere sacrosanti e soprattutto costituzionali diritti dei cittadini, come sta accadendo con la traviata manovra economica di questi ultimi giorni.

FotoImpresssioni da Pompei – agosto 2011

Dopo ogni viaggio c’è sempre un ritorno, anche se non vorremmo mai ritornare nello stesso posto; eppure il percorso che abbiamo battuto ci conduce sempre là da dove siamo partiti. Non è l’eterno ritorno, ma semplicemente un ripassare e soffermarsi in un punto che conosciamo bene e che eravamo sicuri di non dover mai più rivedere. Questo perché tutto è circolare, la vita, il nostro pianeta, i nostri pensieri, e dunque anche i nostri viaggi; è impensabile non dover mai far ritorno. Siamo abbastanza presuntuosi da credere che ogni momento, ogni attimo non si riproducano più, invece è come se facessimo sempre le medesime cose, negli stessi luoghi, a volte capita di doverle fare anche negli stessi momenti; solo che sono momenti che non ricordiamo e dunque si ripropongono a noi come sempre differenti. Si potrebbe anche impazzire a tentare di comprendere un simile meccanismo. Ma siccome abbiamo delle menti in qualche modo limitate, questo stesso limite ci impedisce di andare a cercare le ragioni di qualcosa che semplicemente è per noi inspiegabile. Un giorno forse varcheremo questo limite ed allora sarà l’impazzimento, oppure sarà qualcos’altro che non riusciamo ancora ad immaginare.

Il viaggio parte da qui e arriva in un posto che non si può dire. Non perchè sia segreto ma perchè semplicemente ancora non esiste. Il viaggio è una linea che scorre e non si ferma, perchè viaggiare è più che vivere. Chi viaggia si sente immortale e invero lo è, non ci sono significati, non ci sono sensi occulti, semplicemente si procede scegliendo luoghi a caso e fermandosi quando piace o quando serve; ma quel che è peggio, non si arriva mai. O meglio, non si giunge mai fino in fondo. Perchè fondo non c’è, quando si crede d’esser arrivati, si devia verso un altro luogo, o si torna indietro, senza accorgersene. Perchè il viaggio in realtà è fine a se stesso: si viaggia perchè è lo stesso movimento del corpo e delle cose che lo richiede.

Insomma, non si può rimanere fermi, perchè sarebbe la fine del viaggio, la morte.

Ieri ci siamo messi in viaggio e ci sembra di essere arrivati, in effetti non lo siamo perchè il luogo di arrivo non ci soddisfa già e vogliamo ripartire, magari lasciandoci trasportare da qualcosa o da qualcuno in cui confidiamo.

Abbiamo visto lungo il percorso persone e cose fisse nei posti dove le vedevamo mentre passavamo. Ce le siamo lasciate dietro come vita alle spalle ed abbiamo continuato a viaggiare, superando e superati da altri, mangiando bocconi di tempo e desiderando di arrivare.

Poi siamo arrivati, abbracciando altra gente e subito affrancandocene come fossimo dei fuggitivi.

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Abbiamo appena rigirato l’ultima pagina di questo romanzo. Ci è parso un po’ giallo, un po’ noir, sullo sfondo lacustre in una Bellano triste e malinconica; la storia del dott. Lonati ha un incedere lento e felpato fin dall’inizio, non esita, non rallenta mai perchè mai è incalzante. Una vicenda che si preannuncia ben architettata: il notaio che muore d’infarto, l’amico che nutre dubbi sulle cause della morte, donne che paiono impressioni sfocate in un paesaggio nebbioso. Pare a tratti di sentire l’odore di fritto che promana dal morto disteso nel letto, o di scorgere i tristi ippocastani del lago che si flettono colpiti dallo scroscio di una pioggia insistente; ma le persone non traspirano dai luoghi e i luoghi stessi rimangono impietriti nella fugacità della narrazione. Quando sembrerebbe di ambientarsi nel racconto, proprio allora le frasi finiscono come treni su di un binario morto.

L’incipit promette e spinge il lettore ad immedesimarsi nel Lonati e ad affezionarsi ad un amico ormai defunto che attende giustizia; vorremmo cercare  e poi trovare l’assassino, ma Vitali non ce ne dà il tempo. Chiude la storia quando siamo già pronti nel nostro impeto investigativo, serra le fila dell’intreccio quando l’intreccio non è altro che un bozzo in sviluppo. Noi restiamo amaramente delusi, quasi in debito d’ossigeno, e proprio quando ci rendiamo conto che, potendo essere noi lo scrittore, avremmo voluto scrivere ancora, allungando la vita a personaggi troppo ermetici e poveri di spigoli, tutto finisce improvvisamente sfumando in una pagina che pare incompiuta.   La prosa agile e svelta non basta.

Una storia mutilata.

Gradimento: sufficiente

16562_image_3Un uomo con i baffi, ben vestito, alto e magro, sta tornando a casa dopo una giornata di lavoro.Non è una giornata qualsiasi, le sue non sono mai giornate qualsiasi; sa bene che deve guardarsi le spalle perché l’hanno minacciato di morte. I mafiosi in realtà non minacciano mai direttamente; loro alludono, insinuano, ogni messaggio è trasversale e quando decidono di uccidere uno come l’uomo con i baffi, ben vestito, alto e magro, ammazzano prima un suo amico fraterno nel momento in cui è maggiormente indifeso, di ritorno da una gita in barca con la sua fidanzata che dovrà ben presto sposare, di notte mentre è inerme e rilassato. Perché se lo avessero prima avvisato quel suo amico, egli si sarebbe preparato a difendersi; ma allora che senso avrebbe avuto il messaggio all’uomo con i baffi? L’ammazzamento dell’amico ha un senso, che è quello del messaggio all’uomo con i baffi. Il quale ha capito, perché non è stupido, sa che deve prepararsi ed allora sistema tutto quello che deve sistemare, delega importanti compiti ai suoi collaboratori, testimonia in un processo per agevolare i giudici nell’analisi dei fatti che porteranno anche alla sua morte e cerca di preparare la sua famiglia, una giovane moglie ed una bimba appena in fasce, alla sua assenza. Ma la moglie non capisce, o meglio non vuole accettare quello che sembra il destino del marito; ed allora cerca di convincerlo a mollare tutto, a chiedere un trasferimento, ma lui non ne vuole sapere perché l’uomo con i baffi, ben vestito, alto e magro, crede di essere un paladino; e si sa, se anche i paladini indietreggiassero….! Quindi prosegue nel suo lavoro, che è tanto appassionante quanto crudele e irriconoscente; allora, con i suoi uomini, analizza, ragiona, incrocia dati, riceve confidenze, comunica con altri matti che lavorano nel Palazzo di Giustizia e che credono, come lui, di essere dei paladini. Imbastisce così una fitta trama di informazioni, decine, centinaia e offre lo spunto per collegarle tutte insieme: nomi, luoghi, numeri di telefono, fatti. Questo è il dono che lascia in eredità agli altri che dovranno continuare a fare ciò che lui ha iniziato.

Adesso è pronto, può andare incontro alla morte, si aggiusta la cravatta, saluta gli amici, i colleghi che non comprendono sulle prime quello che pare un commiato e si avvia, accompagnato da quel giovane che pur di stare con lui ha deciso di tornare a Palermo.

L’autista accende l’alfetta di servizio, l’uomo con i baffi sale in macchina con il giovane che vuole proteggerlo ed insieme vanno verso la fine; l’auto si ferma vicino al portone della casa dell’uomo con i baffi, che scende. Vede la moglie che lo aspetta alla finestra e la saluta, e saluta la sua bimba che è in braccio alla donna. Quindi prende le chiavi del portone, lo apre ed entra nell’androne salutando il giovane che però vorrebbe seguirlo fin sulle scale; il destino non esiste perché i due uomini hanno fatto una scelta ponderata, quella di vivere, fare un lavoro che pochi avrebbero fatto come loro, e poi di morire. Infatti è quello che accade, due uomini li stanno aspettando nascosti da non tanto tempo, perché qualcun altro li ha avvisati dell’arrivo dell’uomo con i baffi e del giovane; e sono armati, e sanno sparare bene, mentre l’uomo con i baffi non è un grande tiratore, lui sa usare bene il cervello. Una fiammata dall’alto ed è il primo proiettile che viaggia fendendo l’aria rarefatta con un sibilo tetro, che il giovane che accompagna l’uomo con i baffi conosce bene perché lui si che sa usare la pistola; ma non fa in tempo perché il proiettile buca il suo corpo a tradimento e muore subito. L’uomo con i baffi fa in tempo a fare qualche passo, si dirige correndo verso le scale, ma non c’è tempo perché altri centonovantanove proiettili stanno fendendo l’aria rarefatta e lo raggiungono senza ritegno. I due uomini nascosti sono soddisfatti adesso e possono andare. Dal piano di sopra scende la moglie dell’uomo con i baffi e si china sul suo amore che è riverso sugli scalini a faccia all’ingiù, sedendosi per terra accanto a lui e pensando in un attimo a tutto ciò che avrebbero voluto ancora fare insieme e non potranno mai.

Palermo via Croce Rossa nr. 81, 6 agosto 1985.

Negli Stati Uniti è stato raggiunto l’accordo tra Democratici e Repubblicani per contrastare il rischio di “default“, cioè di corto circuito dell’economia, di bancarotta. La battaglia tra le due anime del Congresso è tuttora aspra come si conviene in un sano dibattito politico, nel quale evidentemente gli interessi particolari devono farsi da parte, tra chi propugna una politica di maggiori tagli alla spesa e chi invece guarda con favore a sgravi fiscali più incisivi e maggiormente equi. La scadenza era quella dell’1 agosto 2011, l’accordo arriva in extremis un giorno prima, dopo un tremendo scontro politico, ma mai a livello istituzionale.
Ma noi qui non vogliamo parlare del merito dell’accordo, ché non saremmo abbastanza competenti per farlo; basti sapere che è giunto nel momento più opportuno prima che fosse troppo tardi per minare irrimediabilmente la fiducia degli investitori ed innescare così un processo d’involuzione su vasta scala e con notevoli ripercussioni sulle economie di tutto il mondo globalizzato.
Potremmo adattare l’insegnamento di Benedetto Croce, peraltro difficilmente ascrivibile nel novero dei pensatori attestati contro il libero mercato, quando scrisse che:

un’età storica non si qualifica e giudica accumulando aneddoti, ma unicamente cercando e considerando se ebbe un ideale morale che irraggiasse e governasse gli animi di coloro che nelle società umane sono capaci di ideali: capaci di amare qualcosa che stia al di spora del benessere della propria persona e delle altrui a cui essa è legata, figli , donne, amici; al di sopra dell’ “amore naturale” o “sensuale” (come un tempo si soleva chiamarlo dagli uomini religiosi). La mia filosofia Adelphi 1993, pag. 27

Gli americani, dietro la spinta quasi melodrammatica, ma autorevole, del Presidente Obama, si sono guardati in faccia come fecero negli anni trenta dopo il crack di Wall Street, come fecero entrando in guerra nel 1941, mettendo da parte le divisioni, o forse meglio, accantonandole provvisoriamente per fronteggiare un ostacolo comune. E’ la solita retorica americana, si potrebbe dire, ma sia pure! Ben venga la retorica quando serve a scavalcare un fosso per il bene dell’intero sistema. E detto da noi, che non risparmiamo di certo le giuste critiche agli Usa soprattutto in tema di politica internazionale, un’osservazione del genere non deve per questo destare sospetti di sorta.
In Italia non basta neanche la retorica, eppure noi figli di Cicerone dovremmo essere maestri di una simile arte. E invece non lo siamo, o non vogliamo esserlo, perchè adusi allo scontro frontale fra gli individui, perchè intenti a saltare a pié pari in quel fosso, sperando di trovare abbastanza fango per sguazzarci. Purtroppo sta per finire anche il fango ed il mito degli italiani che sanno sollevarsi solo quando sommersi, si sta annacquando progressivamente. A noi basterebbe l’ordinarietà di uomini di Stato che si rimboccano le maniche per risolvere i problemi delle istituzioni e del tessuto sociale che esse rappresentano; non vogliamo più eroi e resistenti, vogliamo solo ordinari servitori della sovranità popolare, non più salvatori di patria dell’ultim’ora, ma solidi e disinteressati conducenti di democrazia. Ci piacerebbero l’autorevolezza nel dire e la morigeratezza nel fare. In fondo cosa chiediamo di straordinario? Niente, soltanto ordinaria straordinarietà!

Formosissima donna, l’Italia calpestata dalle nostre azioni e sommersa dalle chiacchiere non ne puó piú. Chiusa in una tenaglia dolorosissima tra le amene volgaritá dei neo-secessionisti da banchetto e le volgari amenitá dei meridionali pigri e maneggioni, adesso l’Italia come una donna attempata anela a nuovi slanci e si affaccia dal balcone a guardare chi passa.

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“L’ Italia é fatta: tra litigi, tasse e scandali, cominciamo a fare gli italiani. Venezia si é concessa, Roma non ancora, mentre il Sud e Torino forse hanno giá cambiato idea(La Patria, bene o male – C. Fruttero  e M. Gramellini ed. Mondadori 2010).

Interrogarsi sull’esistenza di una nazione dopo centocinquant’anni di unitá politica diventa in questi mesi, in questi giorni, una esigenza che dovrebbe sentire ogni cittadino. Esiste un corpo unico di valori? Oppure c’é solamente un progetto impostato e non compiuto, attualmente sgretolato sotto i colpi inferti da una classe politica inetta? E poi, siamo o non siamo un unico popolo che condivide la stessa storia e la medesima cultura? Oppure l’unitá partorita é figlia della disunitá genetica, cioé tra una Venezia che subito si integra perché vuole liberarsi dal giogo austroungarico ed una Roma che tentenna, vi é il Sud che non vuole, o non sa, esprimersi. Dunque Torino, il Piemonte che ambiva a farsi motore, e che invece si accorge di non essere troppo italico, almeno quanto basta per fare l’Italia. Tre atteggiamenti diversi piú uno addirittura avulso, non empatico (come direbbe Jeremy Rifkin) con quello del resto degli attori. Ci pare sia lo specchio della situazione attuale, in cui il magico incastro non si é ancora realizzato. Cosa non ha funzionato non sta a noi stabilirlo, ci preme soltanto dire in questa sede che nonostante tutto “Noi credevamo“.

L’ “attacco” alla Norvegia di ieri sera,

Pochi istanti dopo le esplosioni a Oslo

cosí come definito dalla maggior parte dei media in tutto il mondo, non é solo un dato incontrovertibile dei tempi difficili che stiamo vivendo, ma é anche, o piuttosto, un sintomo di una malattia che affligge oramai la popolazione mondiale: quella della consunzione.

Gli esseri umani sono avviati verso un’autocombustione lenta e forse inesorabile, come se il processo storico di un’era si stesse concludendo. Non una glaciazione, non un meteorite, ma semplicemente l’uomo che distrugge l’altro uomo; e non lo fa combattendo catastrofiche guerre nucleari, ché sempre questa paura ha dominato negli ultimi sessant’anni, bensí attraverso uno stillicidio del terrore, seminato qua e lá come gocce di un veleno letale. Il corpo dell’intera umanitá cosí si consuma e si accascia su se stesso, come quello di un malato senza via di scampo. E’ la sua lenta morte, e noi siamo soltanto le sue cellule fuori controllo.

Norvegia

Dopo la Norvegia, cos’altro ci toccherá?

Di seguito un insieme di link ai video sull’argomento che sono diffusi sul web da ieri sera.

Dal web :

Video importato

YouTube Video I primi istanti dopo l'esplosione a Oslo

Video importato

YouTube Video TGLA7 22 lug 2011 ore 20:00

Video importato

YouTube Video Le prime immagini giunte da Oslo

Video importato

Tiscali Video I commenti della tv norvegese

Leggi il seguito

I-Tunes é un ottimo compagno e le note frusciano come aliti di vento; ci pare di essere soli, ma in realtá siamo circondati ognuno da tutti. Non vi spaventate, perché la solitudine a volte é soltanto un pretesto per non comunicare.

POVERA ITALIA

POVERA ITALIA - DANTE IN ESILIO

Viva l’Italia, l’Italia liberata,

l’Italia del valzer, l’Italia del caffè.

L’Italia derubata e colpita al cuore,

viva l’Italia, l’Italia che non muore.

Viva l’Italia, presa a tradimento,

l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento,

l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,

viva l’Italia, l’Italia che non ha paura.

Viva l’Italia, l’Italia che è in mezzo al mare,

l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare,

l’Italia metà giardino e metà galera,

viva l’Italia, l’Italia tutta intera.

Viva l’Italia, l’Italia che lavora,

l’Italia che si dispera, l’Italia che si innamora,

l’Italia metà dovere e metà fortuna,

viva l’Italia, l’Italia sulla luna.

Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre,

l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre,

l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste,

viva l’Italia, l’Italia che resiste.

Francesco De Gregori